Nobel a Francis Halzen: un chilometro di ghiaccio è diventato telescopio

|Autore: Redazione QUASA|5 min di lettura
Nobel a Francis Halzen: un chilometro di ghiaccio è diventato telescopio

Il 6 ottobre 2026 Francis Halzen ha ricevuto il Nobel per la fisica per i contributi decisivi a IceCube e alla scoperta dei neutrini astrofisici di alta energia: l’Università del Wisconsin–Madison descrive un osservatorio che usa un chilometro cubo di ghiaccio antartico e ricorda la prima rivelazione di neutrini di alta energia provenienti dall’esterno del Sistema solare nel 2013. Halzen ne è il responsabile scientifico; il risultato premiato nasce dal lavoro di una collaborazione internazionale che ha trasformato un volume naturale in uno strumento astronomico.

La cronaca di RaiNews colloca Halzen a BergamoScienza il 4 ottobre, due giorni prima dell’annuncio a Stoccolma, e riporta le sue parole: «Sapevo quanto fosse difficile realizzare un progetto come IceCube». Quando è arrivata la telefonata del Nobel, il fisico si trovava ancora in Italia. Il principio che aveva illustrato al pubblico bergamasco è il cuore della scoperta: seguire la luce lasciata da una particella quasi impossibile da fermare.

La collisione che accende il rivelatore

Un neutrino attraversa la materia con una probabilità molto bassa di interagire. IceCube perciò non registra il suo passaggio come una macchina fotografica registra un oggetto illuminato: attende che uno di questi messaggeri colpisca una particella del ghiaccio. La collisione genera particelle secondarie dotate di carica elettrica; sono loro, muovendosi nel ghiaccio, a produrre la luce di Čerenkov. Il lampo è la traccia osservabile dell’interazione, mentre il neutrino che l’ha innescata resta invisibile.

La descrizione tecnica di IceCube conta 5.160 moduli ottici lungo 86 cavi verticali, fra 1.450 e 2.450 metri sotto la superficie: lo strato strumentato è spesso un chilometro. Ogni modulo contiene un rivelatore della luce e l’elettronica necessaria a registrare il segnale. I sensori non devono trovarsi nel punto esatto della collisione: ricevono i fotoni che si propagano nel ghiaccio circostante e ne registrano intensità e tempo di arrivo.

La grande scala è una risposta alla rarità degli urti. Moltissimi neutrini attraversano il ghiaccio senza produrre nulla che gli strumenti possano misurare; aumentare il volume sorvegliato accresce le occasioni di intercettarne uno. Per questo il ghiaccio è sia il bersaglio in cui può avvenire l’interazione sia il mezzo che porta ai sensori la luce prodotta dalle particelle secondarie.

Perché il ghiaccio del Polo Sud funziona

La profondità aiuta a separare gli eventi utili dal continuo arrivo di particelle generate dai raggi cosmici nell’atmosfera. Uno spesso strato di ghiaccio sopra i moduli assorbe buona parte delle particelle che scendono dalla superficie; il rivelatore può così cercare segnali molto più deboli. Anche la posizione polare conta: in alcuni casi la Terra stessa scherma le particelle cariche, mentre i neutrini possono attraversarla prima di raggiungere IceCube dal basso.

La trasparenza del ghiaccio profondo rende leggibile il lampo a distanza. Se la luce fosse assorbita quasi subito, ciascuna collisione resterebbe vicina a un solo sensore e il disegno complessivo dell’evento andrebbe perduto. Il ghiaccio reale però non è identico in ogni punto: assorbimento e diffusione modificano il percorso dei fotoni. La ricostruzione deve tenerne conto per attribuire correttamente alla particella la distribuzione di luce osservata.

Installare i sensori ha richiesto di fondere fori profondi nella calotta e calare i cavi prima che l’acqua ricongelasse. I moduli sono poi rimasti inglobati in un materiale stabile, senza dover scavare una cavità aperta grande quanto il rivelatore. È questa combinazione di massa, profondità e trasparenza a rendere sfruttabile un chilometro di ghiaccio come parte attiva di uno strumento scientifico, invece che come copertura da rimuovere.

Dal lampo a una direzione nel cielo

Un solo punto luminoso non basta a indicare una sorgente. Quando più moduli registrano lo stesso evento, l’ordine dei segnali e la quantità di luce raccolta permettono di stimare dove si sia prodotta l’interazione, quale traiettoria abbiano seguito le particelle secondarie e quanta energia abbiano trasportato. Il risultato è una ricostruzione con un margine di incertezza, non una fotografia della galassia che ha emesso il neutrino.

La forma della luce aiuta anche a distinguere eventi diversi. Una particella carica che percorre un tratto lungo lascia una traccia estesa, utile per risalire alla direzione; una cascata di particelle produce un segnale più concentrato. In entrambi i casi bisogna separare i neutrini di origine cosmica da quelli prodotti nell’atmosfera terrestre e dalle particelle cariche che riescono a raggiungere il rivelatore. Il compito astronomico comincia solo dopo questa selezione.

Il vantaggio dei neutrini è che non hanno carica elettrica: i campi magnetici non ne piegano il cammino come accade ai raggi cosmici carichi. Una direzione ricostruita può quindi indicare una regione del cielo da confrontare con osservazioni di luce e altre radiazioni. L’associazione con un oggetto preciso richiede però una coincidenza convincente di posizione, tempo e comportamento della possibile sorgente; il solo lampo nel ghiaccio non basta ad attribuirle un nome.

I risultati che hanno portato al Nobel

La scoperta dei neutrini astrofisici ad alta energia ha mostrato che gli eventi più energetici dell’universo possono essere studiati con un messaggero diverso dalla luce. IceCube ha in seguito collegato un neutrino a una galassia attiva lontana e ha trovato indizi di emissione anche dalla Via Lattea. Si tratta di informazioni preziose perché le particelle cariche accelerate nelle stesse regioni perdono l’indicazione della loro origine mentre viaggiano attraverso i campi magnetici.

Il contributo premiato comprende dunque una scelta sperimentale e un risultato scientifico: usare il ghiaccio antartico come rivelatore abbastanza grande da rendere misurabili collisioni rarissime, e dimostrare che quei segnali raccontano processi cosmici reali. Per gli astronomi, ogni evento ben localizzato può orientare altri strumenti verso la stessa zona del cielo. Da quel confronto dipende la possibilità di trasformare un lampo isolato sotto il Polo Sud in una sorgente riconoscibile dell’universo lontano.

Leggi anche:

Condividi:

Iscriviti alla nostra newsletter

Ricevi le ultime notizie su Web3, IA e cripto direttamente nella tua casella di posta.

0